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The Water Diviner – La Recensione

Il film si apre sulla battaglia di Gallipoli verso la fine della Prima Guerra Mondiale. Già l’inizio spiazza ogni aspettativa poiché il punto di vista è quello turco e non inglese e subito lo spettatore inizia a patteggiare per la prima fazione, vedendo nei visi dei soldati le classiche paure, i classici timori che è abituato ad associare ad altri eserciti, pensando sempre, che dall’altra parte della trincea si sia nascosto un feroce nemico. Lo sguardo del generale, prima di dare la carica, è carico di emozioni e pensieri, sa che si getterà con loro in un ultimo assalto alla trincea nemica e che da ciò dipenderà, forse, il destino del suo plotone ma, ancor di più, il destino dell’ultimo grande impero: l’Impero Ottomano.

Finisce la guerra e da un ambiente carico di tensione, di spari, di urla e di morti, si passa nella quiete più assoluta delle zone desertiche dell’Australia, colonia della Gran Bretagna, composta da gente che veniva solamente sfruttata ed otteneva poco o niente da ciò che offriva, come non ottennero nulla dal supporto militare per la Guerra Mondiale, se non morte e desolazione. Ciò che sorprende, in quelle prime scene, è la quiete di un uomo che deve trovare l’acqua per abbeverare il pascolo, nonché fornirne a se stesso; quell’uomo, quel water diviner è il nostro premio oscar Russell Crowe! Joshua Connor è il nome di questo padre di famiglia dal talento eccezionale: egli è un rabdomante, possiede una percezione più alta di quella umana e grazie ad essa può trovare i pozzi d’acqua nella desertica e inospitale Australia; ma dopo le scene di gioia, in cui si lascia immergere nell’acqua del suo nuovo pozzo, scavato con tanta fatica, subito si inizia a comprendere un po’ di più sulla sua vita personale. I figli (tre) partiti per la guerra e coinvolti nel campo di battaglia di Gallipoli, non sono più tornati indietro e la moglie, disperata, forse ignara del loro destino, incolpa suo marito per non essere in grado di riportarli a casa. Carica di questa disperazione, anche lei troverà la morte tramite suicidio. A Joshua non resta altro che onorare la promessa di ritrovare i suoi figli e così parte per la Turchia, dove la sua personale e piccola storia, carica d’amore paterno, si insinuerà nelle grandi manovre politiche del dopoguerra ed in un’altra piccola esistenza che diverrà parte del suo mondo.

Analisi
Come ho già scritto, il film è molto originale poiché è il primo a narrare, non solo, le vicende del primo dopoguerra, dell’Impero Ottomano, ma è il primo che la pone sotto un punto di vista di terzi e che, dunque, mette in risalto ciò che di buono e di orribile, da entrambi le fazioni, sia stato fatto nella lunga guerra di trincea. Una guerra in cui le attese erano forse peggiori dei ripetuti assalti in quella che veniva definita: terra di nessuno; ovvero lo spazio che separava le due trincee.


La storia è di Joshua Connor, ma sin da subito non è totalmente sua. La storia, quella grande, quella che trascina i destini di un intera nazione o impero, travolge l’aspetto personale del protagonista fino a sconquassarlo e inondarlo della sua violenza; ma solo per un momento. È un film che parla delle tante sfumature di grigio (e non quelle porno-erotiche di
E. L. James, ma quelle di Primo Levi, trattate ne I sommersi e i salvati) quasi impossibili da giudicare, perché gli invasi hanno le loro buone ragioni, così come gli invasori, ma entrambi hanno ucciso, entrambi cercavano comunque un beneficio dalla guerra. Chi non ha ottenuto tutto ciò è stato il protagonista australiano, né lui, nel personale, né la propria nazione hanno ricevuto in cambio nulla dalla guerra, se non morte e desolazione. Eppure, lo stesso generale turco che partecipò alla battaglia in cui furono coinvolti i tre figli di Joshua, riconosce nella tempra e tenacia dell’australiano, quell’umanità che a Gallipoli è mancata da entrambi i fronti. Questo è l’aspetto più affascinante e più intrigante del film, che, forse, confonde lo spettatore, troppo abituato a vedere nelle storie il semplice nero ed il semplice bianco. Qui non si riesce a patteggiare per alcun fronte se non quello di Connor ed anche della bellissima e incantevole Ayshe (Olga Kurylenko), una donna turca, vedova, chiusa dalle severe leggi sociali del suo popolo; gestore di un gradevole albergo, dove Joshua farà tappa per ristorarsi e prepararsi al viaggio per ritrovare i suoi figli. La storia fra loro due è carica di contrasti e di tacito affetto, eppure il mondo ha un disegno molto più ampio di quanto noi possiamo immaginare e fra i due c’è già, si dalle prime scene, un’alchimia che li porta a completarsi l’un l’altro, se non fosse che fra i due scorrono problemi e impegni completamente opposti. Fra gli attori ho ammirato moltissimo Yılmaz Erdoğan, ovvero il maggiore Hasan che guidò le truppe ottomane a Gallipoli. L’intensità del suo sguardo, la microgestualità che ha saputo affidare al suo personaggio sono state enormemente ripagate, dando al personaggio quella poliedricità di aspetti che altri non hanno saputo infondere.

Russell Crowe si è gestito alla grande, d’altronde un attore con un bagaglio di ruoli così ampi, non ha problemi ad autogestirsi. Dal punto di vista registico ho notato un grandissimo impegno per far sì che il film avesse i giusti incastri ed i giusti ritmi che, all’incirca fino a poco dopo la metà, hanno retto, ma verso il finale inizia a risultare molto più lento; ma sul resto si è comportato molto bene, per essere la sua opera prima.

I flashback della guerra, come vengono snocciolate pian piano le informazioni, gli incastri con tantissime altre sottotrame, sono gestite in modo buono e giusto. Non era semplice dare un’idea panoramica, ma comunque di un certo spessore, del caos che imperversava nel dopoguerra sull’Impero Ottomano comandato dagli inglesi, assediati dai greci e dagli italiani e inserire, in tutto ciò, le sfumature di grigio da una parte e dall’altra, la storia di questo amore paterno che varca persino la morte, la storia romantico-sociale con Ayshe e tanti altri piccoli elementi che vanno a coronare un film, certo, non perfetto, ma che non può essere valutato sulla sufficienza o al di sotto di questa. Sono certo che Crowe crescerà molto come regista e se perpetuerà questa strada saprà, un giorno, battersi con chi ha già un nome applaudito in questo ambito.

Fulvio Melito         vo